La partecipazione alla prima edizione del programma di Mentoring promosso e organizzato da WIIS Italy, l’emanazione italiana della rete globale Women in International Security (WIIS), ha rappresentato per me un contesto vitale per misurare costantemente l’impatto che gli ostacoli e le discriminazioni hanno ancora e hanno avuto in maniera purtroppo determinante in un passato non così remoto rispetto all’accesso delle donne e delle ragazze agli ambiti specialistici ai quali hanno dedicato le scelte, gli investimenti e l’impegno costante degli anni di studio. A tali studi e alle relative specializzazioni, soprattutto per quanto concerne le relazioni internazionali e gli studi strategici, sono ancora oggi associate le carriere e i percorsi professionali che risultano maggiormente inaccessibili, non a causa della preparazione accademica o di altre tipologie di competenze, bensì del retaggio di quelle che vengono oggi classificate come discriminazioni multiple, in primis quelle di genere e di classe.

Nel corso degli ultimi 25 anni della mia vita lavorativa e professionale ho lottato duramente contro entrambi questi limiti e contro tutta l’ingiustizia e la disfunzionalità a questi associata. Una delle forme e delle strade di questa lotta costante è stata quella che ha preso corpo studiando ancora di più, mantenendo salda la passione per le “mie materie” anche quando mi venivano prospettati ripieghi su ripieghi per poter sopravvivere e soprattutto quando le persone che avevano il privilegio di potersene accompagnare anche ufficialmente non nutrivano alcuna anima con tale opportunità, né desideravano valorizzare la straordinaria, e mai scontata, occasione di esprimersi anche professionalmente attraverso il frutto delle conoscenze maturate grazie ai propri studi. Ho continuato dunque a lottare tenacemente con la mia preparazione e la motivazione inossidabile, anziché arrestarsi e arrendersi quando veniva considerata eccessiva e ingombrante in circuiti ancora adombrati da repressioni di genere così come di classe sociale e di altro stampo, trovava nuove energie per rafforzarsi ulteriormente ed espandere la conoscenza ai contesti più variegati. Questo mi ha permesso di portare direttamente le relazioni internazionali e gli studi strategici nei molteplici ambienti di ogni tipo che ho attraversato nel corso di oltre venti anni di intensa vita lavorativa e professionale, anche laddove le chiusure e le resistenze verso le prospettive globali erano coriacee e lo sono tutt’oggi. Questo sforzo non è, tuttavia, sufficiente e occorre vivere pienamente tutte le occasioni di confronto e di relazione lavorando tanto sul proprio sviluppo personale quanto sulla dimensione collettiva affinché quello iato enorme fra i numeri delle donne che scelgono percorsi di studio e specializzazione considerati ancora un ambito di privilegio esclusivo, come le relazioni internazionali e gli studi strategici, e le relative carriere non resti solo una conquista sistemica e possa essere incorporata in tutta la dimensione collettiva dei percorsi di genere e di sviluppo delle società contemporanee.

La mia generazione è stata ancora una di quelle, e spero vivamente l’ultima, caratterizzata dal fatto che fossimo la maggioranza finché sedute sui banchi o davanti a una lavagna in ardesia e siamo ancora oggi la minoranza quando si tratta di ricoprire ruoli di responsabilità imperniati sulle discipline dei nostri studi, che dovrebbero essere imprescindibili e non un esotico orpello, e spesso delle nostre stesse esperienze già maturate che rischiano quotidianamente di restare nell’informalità e nell’assenza di riconoscimento ufficiale. Affinché questa trasformazione possa rivelarsi effettiva tanto quanto è necessaria e già eccessivamente procrastinata, è indispensabile che le misure legislative e la rimozione degli ostacoli nei processi di selezione e nell’accesso alle carriere e ai ruoli di responsabilità, anche e soprattutto a quelli di carattere politico e di rappresentanza, siano accompagnate anche da percorsi di crescita collettivi e individuali, da momenti qualificati di riflessione, di analisi dei contesti e di scambi di esperienze e proposte di soluzioni condivise. Tali percorsi di sviluppo erano carenti negli anni della mia formazione accademica iniziale così come scarsa o nulla era la considerazione delle difficoltà che avremmo affrontato realmente in un contesto prevalentemente maschile di carattere fortemente patriarcale e classista a causa delle discriminazioni di genere e non soltanto di quelle. Si trattava dei primi corsi di studio nei quali le giovani donne della fine del millennio scorso iniziavano a poter scegliere materie ritenute fino a pochissimi anni prima, e in alcuni contesti geografici e sociali percepite ancora come tali, troppo ambiziose e dalle quali le donne venivano tenute lontane, anche con ordinari condizionamenti familiari o scolastici mascherati come percorsi di orientamento, a favore di studi generalisti e ritenuti “meno pericolosi” (ma il presunto pericolo è dato sempre dal trasferimento delle conoscenze, di qualsiasi sia questa conoscenza, non dalle etichette a priori) come erano convenzionalmente ritenute quelle umanistiche senza porre neanche all’ordine del giorno la predilezione, l’attitudine o le aspirazioni delle protagoniste di tali scelte. Non dimenticherò mai le espressioni esatte, sia verbali sia legale alle espressioni facciali, dei numerosi tentativi di dissuasione nei confronti delle mie scelte universitarie, pur chiarissime tanto dall’avermi dato la forza di superare percorsi tortuosi e numerose tipologie di ostacoli.

Io stessa, pur essendo cresciuta in una metropoli e capitale europea, scoprii l’esistenza di una facoltà specialistica come “Scienze Internazionali e Diplomatiche” soltanto da voci maschili e prima dell’effettiva iscrizione le interazioni furono solo ed esclusivamente con uomini, tanto che mai avrei potuto immaginare, anche solo visivamente, di trovarmi seduta in aule frequentate da un numero così alto di donne. Tantissime, tra quelle ragazze di allora, sono uscite totalmente di scena o, ancor peggio, non sono mai entrate in scena, pur essendosi dotate a spese proprie di una preparazione di alto livello e, molto spesso, proprio a causa di tale preparazione e di quello che all’epoca era l’alibi dell’overqualification e che costituisce una delle origini della limitata rappresentanza odierna.

Erano i primi anni in cui iniziava a mutare il panorama delle scelte universitarie, ma quello dell’accesso alle carriere restava ancora blindato e io l’ho vissuto pienamente in tutte le sue contraddizioni e stritolature. Tra le sfide principali di oggi risulta fondamentale quella legata al superamento di tutte le distorsioni ancora in essere affinché non ci siano altre generazioni di donne costrette ad arrendersi, a sprecare i propri talenti e a veder svilire le proprie ambizioni. Questo è importante non soltanto dal punto di vista dello sviluppo personale e della costruzione di percorsi che garantiscano realmente l’equità delle opportunità e la libertà di scelta indipendentemente dalle condizioni di partenza, lo è altrettanto in relazione alla credibilità delle società contemporanee che continuano a privarsi delle intelligenze femminili e delle loro motivazioni, passioni e competenze senza rispondere ad alcuna logica razionale che possa motivare tale esclusione sistematica. È un gioco in cui perdono tutti e tutte, ed è importante che, se è ancora un gioco, finisca il più presto possibile.

Le esperienze dirette ed extra-curriculari come i programmi di mentorship rappresentano, in quest’ottica, circostanze preziose per cercare insieme un equilibrio, per superare l’alienazione prodotta proprio da tali divari, per confrontarsi con le generazioni precedenti e successive e per affrontare con serietà e determinazione le necessità e le prospettive della popolazione femminile in un ambito operativo nel quale affermare in maniera sempre più incisiva la propria presenza e maturare la consapevolezza del proprio operato continuando a migliorarsi, a crescere e a sognare.

Nei primi anni della mia vita lavorativa e professionale mi sono trovata molto spesso in occasioni pubbliche nelle quali ero l’unica relatrice di sesso femminile e anche soltanto incrociare lo sguardo con altre donne era una rarità, fino a quando nel 2014 ho aderito ai primi appelli che abbiamo iniziato a lanciare in tutta Europa contro gli #allmalepanels e a declinare io stessa gli inviti a partecipare a dibattiti e a eventi che prevedessero una scarsa o nulla presenza femminile oltre alla mia. Al tempo stesso, restava fin troppo comune in molti contesti il fatto che fossi l’unica a protestare per le evidenti sproporzioni e per il fatto che non venissero neanche prese in considerazione modalità organizzative diverse. In quest’ottica, il lavoro di entità rilevanti come, per esempio, “Brussels Binder” è stata una delle preziose scoperte che hanno caratterizzato il percorso di mentorship e che rappresenta una risposta costruttiva di fronte ai numerosi pretesti ancora ampiamente diffusi quanto basati su falsità, come le scuse che richiamano all’assenza di donne esperte o associate a ruoli decisionali in circostanze nelle quali non vengono neanche cercate.

Le problematiche connesse al riconoscimento del ruolo femminile restano ancora numerose e non si limitano al solo accesso alle carriere specialistiche nelle relazioni internazionali e nei campi convenzionalmente ritenuti ancora – quanto erroneamente – ad appannaggio maschile dato che le discriminazioni sono disseminate lungo tutto il percorso, dal divario nelle retribuzioni ai limiti posti alle missioni che prevedono viaggi e spostamenti, dai rischi di demansionamento ai freni alle promozioni e agli avanzamenti di carriera. Per questa ragione e data la vastità delle sfide da affrontare, la cooperazione femminile e il confronto in tal senso sono imprescindibili ed è necessario coltivarle soprattutto in contesti extra-professionali sgravati da condizionamenti di sorta.

L’aspetto più interessante del percorso è stato quello di osservare la crescita e la creatività di tante ragazze molto più giovani di me e la forza della loro motivazione anche in contesto di gruppo in modalità remota, elemento che è stato fragilissimo per la mia generazione in questo specifico settore esposto a discriminazioni multiple e costanti, dal genere alla classe socio-economica passando per la provenienza geografica. È incoraggiante vedere come si stia finalmente diffondendo il valore dato agli studi che attraversano tutta la vita e sono a malapena sufficienti a coprirla, contrariamente ai condizionamenti che gravitavano in questi ambiti ancora fino a venti anni fa dipingendo i percorsi di studio come un punto di arrivo momentaneo e un capitolo destinato a chiudersi, anziché come un metodo e un valore da mantenere saldamente e attraverso il quale evolvere nel corso dell’esistenza, come io nel mio piccolo ho sempre cercato di fare anche quando ero ritenuta un’aliena a causa proprio di queste modalità di pensiero e di azione.

La proposta della mentore che mi ha accompagnata in questo percorso è stata congeniale alle aspettative e ha rappresentato un ponte ideale tra generazioni che mi ha permesso di accrescere ulteriormente la consapevolezza rispetto alle sfide del presente e alle necessità del futuro per lo sviluppo di interi settori, anche attraverso il rafforzamento dei propri percorsi professionali ma che non si limitino alla sfera individuale e possano, anzi, attraverso quest’ultima nutrire i cambiamenti globali in ottica trasversale e funzionale.

Con i migliori auguri a tutte le future partecipanti e alle organizzatrici in vista della prossima edizione 2021-22,

Anna Lodeserto