I difensori dei diritti umani e gli spazi in cui essi operano sono sotto attacco, minacciati da governi, gruppi armati e multinazionali. Chi per interessi politico-ideologici, chi per motivi economici, le autorità traggono beneficio dalla repressione dei diritti umani e, conseguentemente, di chi li difende e promuove. Detenzione ingiustificata, tortura, sparizioni, assassini sono tra le strategie utilizzate per zittire le voci scomode. Tra queste voci, però, alcune sono più scomode di altre. Le donne in difesa dei diritti umani, infatti, sono un doppio bersaglio: punite in quanto attiviste, ma anche in quanto donne attiviste.

Di queste donne, che sono scese in strada e nelle piazze (anche virtuali), lottando per i loro e altrui diritti, abbiamo parlato con Riccardo Noury, autore di “La stessa lotta, la stessa ragione” (People, dicembre 2020). Nel suo ultimo libro, Noury raccoglie ventisette ritratti di donne che combattono, ciascuna per la propria causa, in diversi angoli del mondo, dal Perù alle Filippine. Una collezione parziale, perché ci sarebbero tante altre storie da raccontare. “Mentre ne scrivevo una, me ne venivano in mente altre, ma ad un certo punto l’editore mi ha fermato”, spiega Noury. “Penso a Daphne Caruana Galizia, la giornalista di Malta uccisa da un’autobomba, o a Nasrin Sotoudeh e le ragazze di Enghelab Street che protestano contro l’uso obbligatorio dellhijab in Iran. Potremmo andare avanti all’infinito”. Nella sua sconfinata esperienza come portavoce e direttore della comunicazione di Amnesty International Italia, Riccardo Noury ha ascoltato molte storie. Alcune le ha seguite da lontano, altre le ha vissute, ma tutte lo hanno attraversato e segnato. Noury scrive nell’introduzione: “Alcune di loro le conosco. Altre le ho conosciute. Poi ci sono quelle che vorrei conoscere non appena usciranno dal carcere. Infine, purtroppo, ci sono quelle che non ho fatto in tempo a incontrare…”. Continuando a sfogliare le pagine, ci si rende conto che si ha tra le mani quello che potrebbe essere la prima bozza di un’enciclopedia, i profili iniziali che potrebbero formare una raccolta sterminata di biografie di donne che dedicano la loro vita a lottare, unite da un unico filo rosso: “Lobiettivo: difendere i diritti di un universo vasto, che va molto oltre la loro sfera personale. Non lottano solo per loro. Sfidano lo strapotere dei regimi e la complicità delle multinazionali. Ognuna a modo suo, chi con gli sberleffi, chi con un sorriso o con ironia, ma queste donne sfidano i poteri forti rischiando la vita in difesa dei diritti umani”. Non solo la rischiano. Nel corso del 2020 sono state uccise Karima Baloch, Reham Yacoub, Hanan Al-Barassi, Freshta Kohistani tra le altre. Delle 27 protagoniste del libro di Noury, cinque sono state assassinate, quattro sono ancora oggi in carcere e tutte hanno subito torture o soprusi.

Alcune storie sembrano finite perché segnate da capitoli tragici, ma in realtà non lo sono – racconta Noury – la richiesta di giustizia va avanti, come nel caso di Marielle Franco, assassinata con quattro colpi di mitragliatrice alla testa. La sua storia continua, perché Mônica Benício, la sua compagna, è seduta esattamente nello stesso posto che occupava lei nel consiglio municipale di Rio de Janeiro, e porta avanti la sua lotta. Molti casi sono ancora aperti e in bilico, e per questo è essenziale portare avanti le mobilitazioni e l’attivismo. Quando si sono vinte delle battaglie è stato grazie all’attenzione che si era creata intorno ai casi, un’attenzione composita ed eterogenea fatta dai media, dal supporto internazionale, dall’attivismo locale e, talvolta, dalla tutela dei tribunali. Purtroppo però alle volte questo non è sufficiente”.

Il libro contiene brevi ritratti individuali, ma dal 2019 gli spazi di attivismo di sono riempiti di movimenti ampi, orizzontali, leader-ful, da Black Lives Matter al movimento di Hong Kong, alle femministe cilene. “Anche in questi contesti di massa che sempre di più caratterizzano la mobilitazione – continua Noury – le donne sono più a rischio, perché permane il luogo comune per cui le piazze e le strade sono per e degli uomini. La repressione che abbiamo visto in Bielorussia o a Varsavia è l’espressione di una stessa idea: le donne nelle piazze sono una presenza che da fastidio alle autorità. Anche la recente condanna di Loujain Al-Hathloul ha messo a nudo l’ipocrisia di una finta modernità che il principe Mohammad bin Salman vuole mostrare di stare portando al regno Saudita”.

Lo stereotipo realista per cui femminile significa debole è tanto banale quanto popolare, ma Riccardo Noury, attraverso questa carrellata di volti di donne straordinarie, audaci e determinate, dimostra tutto il contrario. Lo dimostrano anche fatti recenti come la legalizzazione dell’aborto in Argentina, le donne, nelle strade e sulle schede elettorali in Bielorussa, o il movimento femminista palestinese Tal’at. Nonostante il giogo delle strutture di potere e i tentativi di delegittimazione, la lotta delle donne sta cambiando le cose. “Le donne sono la parte migliore dell’attivismo” dice Noury. Perciò leggiamone, parliamone, raccontiamone, ricordiamo i loro nomi, affinché sappiano che non sono sole:

Sarah Hegazi (Egitto), Marielle Franco (Brasile), Loujain Al-Hathloul (Arabia Saudita), Martine Landry (Francia), Marinel Ubaldo (Filippine), Yasaman Aryani (Iran), Lisa Bosia Mirra (Svizzera), Berta Cáceres (Honduras), Nadia Murad (Iraq), Tep Vanny (Cambogia), Máxima Acuña (Perù), Eren Keskin (Turchia), Razan Zaitouneh (Siria), Stella Nyanzi (Uganda), Phyoe Phyoe Aung (Myanmar), Salomé, Margoth, Patricia e Nema (Ecuador), Tatyana Revva (Russia), Fatima Khalil (Afghanistan), Ahed Tamimi (Territori palestinesi occupati), Johanna Cepeda (Colombia), Mariam Al-Tayeb (Libia), Maryam e Zainab Al-Khawaja (Bahrein), Sara Lucaroni (Italia).

Prima di concludere la conversazione, Riccardo Noury ha aggiunto: “La stessa lotta, la stessa ragione… e anche lo stesso nemico: il Potere, sostantivo maschile”.

Recensione di Dafne Carletti