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La Risoluzione 1325 del 2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rappresenta un punto fondamentale per il riconoscimento dell’importanza del ruolo delle donne nei processi di risoluzione dei conflitti e costruzione della pace. Inizialmente, l’attenzione della 1325, e in generale di tutta l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, si è concentrata per lo più su aspetti tradizionali della sicurezza. Tuttavia, negli ultimi anni, si assiste a un progressivo ampliamento tematico, che tende a includerne di ulteriori. Questa inclinazione si pone in linea con l’approccio della human security, che sposta il focus dalla tutela dello Stato a quella dell’individuo, considerando la sopravvivenza, il sostentamento e la dignità delle persone come fondamento essenziale per la pace e lo sviluppo a livello nazionale, regionale e internazionale.
Un esempio di questo ampliamento si traduce, ad esempio, nella maggiore attenzione che la comunità internazionale sta ponendo sull’intersezione che sussiste tra genere, ambiente e conflitto. Si tratta di una connessione che non è del tutto assente nell’Agenda, come dimostrano i richiami ai cambiamenti climatici nella Risoluzione 2242 (2015) o al commercio illecito di risorse naturali nella Risoluzione 2467 (2019), ma che è rimasto comunque a lungo marginale.
Attualmente, invece, a fronte delle crescenti minacce alla biodiversità, alla salute e all’ecosistema che derivano anche dalla propagazione dei conflitti nel mondo, la necessità di prendere maggiormente in considerazione le dimensioni della tutela ambientale nell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza si impone con forza.
I conflitti armati, infatti, generano rischi e danni ambientali devastanti, che colpiscono in modo diretto le donne e la loro salute, soprattutto nelle aree in cui il loro legame con la terra e le risorse naturali è essenziale per l’autonomia economica.
Gli incendi, le contaminazioni derivanti dall’esposizione a sostanze chimiche nocive e la distruzione degli ecosistemi generano, di fatto, impatti profondi e sistemici sulla salute e sull’ambiente. Questi eventi non solo compromettono le risorse agricole da cui molte comunità dipendono per la sopravvivenza, ma espongono in particolare le donne a rischi elevati per la salute riproduttiva, acuendo le disuguaglianze esistenti e ostacolando le condizioni necessarie per la costruzione di una pace duratura e sostenibile.
Per la prossimità delle donne al tema, riconoscere l’interconnessione tra genere, conflitto e giustizia ambientale significa andare oltre un approccio meramente protettivo nei loro confronti, considerandole esclusivamente come vittime. Vuol dire, piuttosto, valorizzare il loro ruolo attivo come agenti di cambiamento, integrandole nei processi decisionali relativi alla sicurezza, alla gestione delle risorse naturali e alla costruzione della pace. In molte aree del mondo, infatti, le donne custodiscono saperi e pratiche sostenibili profondamente radicati nei territori, che meritano di essere riconosciuti come strumenti essenziali per affrontare le crisi ecologiche e sociali.
Questa prospettiva sta trovando sempre più spazio a livello normativo e nei dialoghi internazionali. Un esempio è riscontrabile nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD). Nelle più recenti conferenze delle parti è emersa con forza la necessità di includere il legame tra donne, ambiente e conflitto nei testi e nei processi decisionali, ponendo attenzione alle istanze delle donne indigene, rurali e custodi della biodiversità. A riguardo è possibile fare riferimento al caso dell’America Latina, e in particolare dalla Colombia, in cui il conflitto ha avuto effetti devastanti sul territorio e sulle comunità locali. In molte aree del Paese, le donne si sono trovate in prima linea nella difesa dei propri territori, opponendosi allo sfruttamento delle risorse naturali, alla deforestazione e alla contaminazione causata dalle attività estrattive e militari. Esse hanno svolto un ruolo fondamentale nella salvaguardia dei territori, impegno che per molte di loro è significato essere vittime di violenze, persecuzioni e dislocazioni forzate.
Nel contesto della quindicesima conferenza delle parti della CBD (COP 15), le Parti hanno riconosciuto esplicitamente il potenziale trasformativo dell’emancipazione femminile nella lotta contro la perdita di biodiversità, adottando il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montréal (KMGBF). In particolare, il Target 23 promuove l’integrazione della parità di genere nelle strategie nazionali per la biodiversità (NBSAP), configurandosi come uno strumento chiave per l’adozione di un approccio intersezionale che coniughi giustizia ambientale e giustizia di genere.
Questo avanzamento, fortemente influenzato dai contributi teorici e politici della corrente di pensiero dell’ecofemminismo, ha trovato continuità anche nei lavori della COP 16, in cui si è ripresa e si è arricchita la revisione dell’articolo 8(j) della Convenzione. Quest’ultimo, che già valorizza le conoscenze tradizionali dei popoli indigeni e delle comunità locali, è stato uno dei temi centrali nel dibattito tenutosi a Cali, in Colombia, nel 2024. In quella sede è emersa con forza la necessità di tradurre in norme vincolanti le prospettive legate all’intersezione tra genere, ambiente e saperi locali, promuovendo un modello di governance ecologica fondato su equità, inclusività e sostenibilità.
L’articolo 8(j), attualmente oggetto di revisione, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella ridefinizione delle interconnessioni tra ambiente, genere e diritti collettivi, contribuendo a delineare un approccio olistico alla sicurezza. Il suo rafforzamento, dunque, rappresenta un punto di svolta significativo, in quanto implica il riconoscimento del fatto che la perdita di biodiversità e la crisi ecologica costituiscono minacce sistemiche alla sicurezza globale. Si tratta di una consapevolezza maturata anche in occasione della pandemia da COVID-19, quando emerse il dibattito circa l’opportunità di includere le crisi sanitarie tra le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale di competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo orientamento si inserisce coerentemente nelle più recenti tendenze del diritto internazionale, segnate dalla crescente diffusione di strumenti di soft law e dall’emergere di nuove categorie giuridiche, come i diritti della natura, che contribuiscono a riconsiderare i tradizionali concetti di sovranità, sicurezza e sviluppo.
Alla luce di queste considerazioni è legittimo, quindi, chiedersi in che modo la crescente attenzione alla dimensione di genere all’interno della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e nei dialoghi internazionali possa costituire la base per costruire sinergie strutturate con l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, superando approcci settoriali e favorendo un’integrazione intersezionale tra ambiente, pace e diritti umani.
Sul piano giuridico, tale prospettiva potrebbe tradursi in un progressivo processo di armonizzazione tra gli strumenti attuativi della CBD, come i Piani d’Azione Nazionali per la Biodiversità (NBSAP), e i Piani d’Azione Nazionali Donne, Pace e Sicurezza (PAN), previsti in attuazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una convergenza di questo tipo permetterebbe di includere nei due ambiti misure specifiche volte a riconoscere e rafforzare il ruolo delle donne nella gestione sostenibile delle risorse naturali, valorizzandone il contributo sia nella prevenzione dei conflitti sia nei processi di ricostruzione post-bellica.
In quest’ottica, si potrebbe auspicare lo sviluppo di un quadro condiviso capace di sostenere una categoria interpretativa in cui la tutela dell’ambiente e la partecipazione delle donne siano riconosciute come elementi coessenziali di una pace giusta, inclusiva e duratura. Tali sinergie potrebbero tradursi concretamente nell’inserimento, all’interno sia dei NBSAP che dei PAN, di clausole dedicate alla prospettiva di genere nei meccanismi di monitoraggio, finanziamento e capacity building, in coerenza con i principi dell’Agenda 2030 e con l’approccio intersezionale delle dimensioni di genere, ambiente e conflitto.
Author Bio: Mariangela Barletta è ricercatrice in diritto internazionale e diritti umani, con una specializzazione in tutela dei diritti di genere e della salute. Attualmente collabora con il Consiglio Nazionale delle Ricerche e con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, occupandosi di tutela della salute, dell’ambiente e delle questioni di genere. È inoltre collaboratrice del corso di alta formazione “Donne, Pace e Mediazione” dell’Università La Sapienza di Roma, di cui WIIS è partner.
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