Nawal El Saadawi, una delle voci più dirompenti del femminismo arabo, è scomparsa al Cairo all’età di 89 anni. Una vita dedicata a lottare contro l’oppressione patriarcale e per l’emancipazione della donna a livello internazionale, nel mondo arabo, e in particolare nel suo paese, l’Egitto.

Un villaggio poco distante dal Cairo, Kafr Tahla, le diede i natali nell’ottobre del 1931. Nawal El Saadawi sembrava essere nata nel posto sbagliato al momento sbagliato, non potendo e non volendo conformarsi alle tradizioni che le venivano imposte. A sei anni, come tutte le bambine della sua età, dovette subire sul pavimento del bagno la mutilazione dei genitali. In “Firdaus. Storia di una donna egiziana” (in inglese “Woman at Point Zero”), il racconto drammatico della vita di una donna che schiacciata da violenze e abusi attende in carcere il giorno della sua esecuzione, Nawal El Saadawi descrive anche il trauma della mutilazione genitale femminile. “Mi tagliarono via qualcosa tra le cosce”, scrive. Considerandole pratiche per piegare la donna fin dall’infanzia, Nawal El Saadawi si è battuta strenuamente per l’abolizione di circoncisione femminile, clitoridectomia e infibulazione. Una battaglia che, infine, ha vinto: dal 2008 sono reati perseguibili e punibili dalla legge egiziana.

A 10 anni Nawal El Saadawi rifiutò categoricamente di sposarsi, come invece la tradizione avrebbe voluto. In “Una figlia di Iside. L’autobiografia di Nawal El Saadawi” che raccoglie le memorie della sua infanzia e giovinezza, ricorda l’odio e il ripudio da parte della sua famiglia e della società. Trovò solidarietà solo nello sguardo di sua madre: il primo gesto, forse inconsapevolmente, femminista. Un supporto incondizionato che non solo le permise di rifuggire il matrimonio precoce e combinato, ma che la incoraggiò anche nel suo sogno di studiare medicina. Frequentò le scuole medie, le superiori, e approdò all’Università di Medicina a Giza, dove si laureò nel 1955 con il massimo dei voti, per poi specializzarsi in psichiatria.

Nel frattempo l’Egitto era in trasformazione: nel 1952 il carismatico Gamal Abdel Nasser e un gruppo di militari dell’esercito diedero avvio alla rivoluzione e presero il potere. Nella neo-nata repubblica egiziana, Nawal El Saadawi ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Tuttavia, a causa del suo attivismo definito da lei stessa “storico, socialista e femminista” e della sua scrittura militante, nel 1972 fu cacciata dal Ministero. Quello stesso anno aveva infatti pubblicato “Donne e sesso”, un’aperta condanna all’oppressione sessuale delle donne, che aveva causato sdegno e ostracismo da parte delle autorità egiziane.

Minacce ed intimidazioni, provenienti soprattutto dalle autorità religiose, sembravano spronare il suo attivismo anziché sedarlo. Nel 1975 uscì “Fridaus” e due anni dopo “The Hidden Face of Eve”, testimonianza della sua attività di medico in un villaggio. Si era anche sposata, due volte, e aveva divorziato, due volte: i mariti non accettavano la sua carriera e la sua attività militante, indissolubilmente intrecciate. Identificata come una radicale, scandalosa ed immorale, Nawal El Saadawi venne accusata di apostasia e crimini contro lo Stato. Nel 1981, negli ultimi mesi dell’Egitto di Sadat durante il quale i movimenti religiosi islamisti avevano riacquisito vigore e legittimità, fu arrestata e messa in carcere per tre mesi. Anche in queste circostanze, diede prova di indomabile tenacia, scrivendo le sue “Memoirs from the Women’s Prison” con una matita per gli occhi su carta igienica.

Con l’assassinio di Sadat, Nawal El Saadawi fu liberata, ma le sue opere continuarono ad essere censurate e bandite dall’Egitto. Circolavano invece ampiamente a livello internazionale, tradotte in più di 30 lingue. Uscita di prigione, nel 1982 fondò la Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione indipendente femminista riconosciuta in Egitto. Come era prevedibile, però, anche questa iniziativa provocò un forte dissenso trasformatosi presto in accanimento, e venne dichiarata fuorilegge. Si scatenò una vera e propria caccia alla strega da parte di gruppi fondamentalisti islamici, che inserirono il nome di Nawal El Saadawi in una ‘lista della morte’, condannandola per eresia. Dopo un ulteriore periodo in carcere, nel 1993 fu costretta a lasciare l’Egitto e si rifugiò in North Carolina, negli Stati Uniti, dove insegnò alla Duke University. Anche dall’estero Nawal El Saadawi portò avanti le sue battaglie, in particolare scagliandosi contro le religioni come strumento di oppressione della donna. Criticò l’ipocrisia del femminismo occidentale, ma anche l’utilizzo del velo, del trucco, o di abiti corti e scollati, generando non poche controversie anche all’interno del movimento femminista.

Nawal El Saadawi rientrò in Egitto nel 1996, in pieno regime Mubarak e, sempre più agguerrita (dirà più avanti “I speak loudly because I am angry”) decise di candidarsi alle elezioni presidenziali nel 2004, ma rinunciò a causa dell’irregolarità del processo elettorale. Continuò a scrivere, istituì l’Arab Association for Human Rights e l’antenna egiziana di Global Solidarity for Secular Society, fu insignita di premi e riconoscimenti internazionali (Premio Internacional Catalunya, Council of Europe North-South Prize, Women of the Year Award, Sean MacBride Peace Prize, Ordre national du mérite della Repubblica francese). Nel 2011 partecipò alle proteste in Piazza Tahrir contro il faraonico raìs, e si unì al sogno collettivo di una rivoluzione, che era pronta a combattere in prima linea, per un Egitto libero e democratico. Quel sogno si è infranto. Non è riuscita a vedere realizzato nemmeno quello di abbattere il giogo patriarcale nelle sue infinite forme, dalla tradizione, alla religione, alla politica, al capitalismo. Grazie a lei, però, si sono fatti passi avanti. Nel 2013, il suo profondo anti-islamismo la portò a sostenere il golpe che depose Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Quel golpe, ora sappiamo, ha spianato la strada per Abdel Fattah Al-Sisi e il suo regime di terrore, autoritario e repressivo.

Nawal El Saadawi ha parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza fisica e psicologica. È stata un faro del femminismo nel mondo arabo, facendosi portavoce di quella pericolosa verità che le autorità e gli estremisti volevano occultare, ha osato dire alle donne: ribellatevi.

L’8 marzo 2012, dopo più di 80 anni di incessante lotta, Nawal El Saadawi disse: “Viviamo in un mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo; il sistema capitalista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere”. Le sue opere sono ancora censurate in Egitto, ma, per quanto ci si provi, la voce di Nawal El Saadawi non può essere messa a tacere.

Di seguito l’elenco completo delle sue opere tradotte in italiano:

  • Firdaus. Storia di una donna egiziana, Giunti (1986)

  • Dio muore sulle rive del Nilo, Eurostudio (1989)

  • Una figlia di Iside. L’autobiografia di Nawal El Saadawi, Nutrimenti (2002)

  • Dissidenza e scrittura. Conversazione sul mio itinerario intellettuale, Spirali (2008)

  • L’amore ai tempi del petrolio, il Sirente (2009)

  • Zeinab, Atmosphere libri (2018)

 

Dafne Carletti