Disclaimer: All statements and opinions expressed in this article are the author’s own and do not represent the views of WIIS Italy.

La narrazione della guerra è storicamente dominata da una prospettiva maschile e militare, focalizzata su strategie, generali e vittorie o sconfitte sul campo di battaglia. Tuttavia, le inviate di guerra hanno da sempre offerto uno sguardo alternativo, centrato sull’esperienza umana e sulle conseguenze sociali del conflitto.

Prestando particolare attenzione a quattro figure emblematiche: Matilde Serao, Clare Hollingworth, Martha Gellhorn e Lee Miller, che con le loro cronache e immagini hanno ampliato il modo in cui si racconta la guerra, è possibile notare come il loro lavoro si inserisce in un contesto più ampio, quello della Risoluzione ONU 1325 del 2000, che ha sancito il ruolo delle donne nella costruzione della pace e nella sicurezza internazionale.

Valorizzando il ruolo delle inviate di guerra nel raccontare il lato umano della guerra

La mia passione per il racconto del mondo internazionale nasce da molto lontano, da quando da bambina con una macchina da scrivere giocattolo fingevo di abbozzare cronache seduta alla scrivania della cameretta. A casa si leggevano i giornali e il telegiornale era un rito serale, un momento in cui il mondo entrava nelle nostre case con immagini e storie potenti: la Guerra del Golfo, gli Accordi di Oslo, l’assassinio di Rabin, l’11 settembre, la caduta di Saddam, la seconda Intifada. Non erano solo notizie, ma finestre su realtà complesse da capire, da raccontare con contesto e profondità.

Quella curiosità infantile è diventata studio e, da 15 anni, professione. L’obiettivo è sempre stato restituire le voci che spesso restano marginali nelle narrazioni ufficiali, dare spazio a chi la guerra la vive davvero, oltre i numeri e le strategie.

Il mio essere donna in questo mestiere ha avuto un peso, e ho dovuto guadagnarmi spazio, credibilità e libertà di scelta. Ho sperimentato come, ancora oggi, nei contesti più pericolosi e difficili, la presenza femminile sia spesso percepita come anomala o inadatta. Dopo il mio primo contratto a tempo indeterminato – trentenne … in allettamento – mi avevano messo a coprire gli sviluppi del MeToo, mentre io rivendicavo di andar in Yemen e in Libia, contesti sui quali ero molto più ferrata. Ma ciò che mi ha colpito più di tutto è stata l’assenza quasi totale di memoria collettiva sul contributo delle inviate di guerra nella storia del giornalismo e delle guerre stesse.

È come se non fossero mai esistite, o quasi. E invece ci sono state, eccome. Per questo oggi voglio raccontare alcune di loro: figure pionieristiche, coraggiose, capaci di aprire la strada con sguardi nuovi, più umani e profondi. Attraverso le loro parole e il loro lavoro, vediamo come il racconto della guerra non debba limitarsi a soldati, generali e strategie, ma anche includere il lato umano, le sofferenze e le vite di chi è coinvolto direttamente nei conflitti.

Le pioniere inviate di guerra: un racconto al femminile

Matilde Serao: un’anticipatrice italiana

Sebbene la nostra attenzione si concentri su inviate attive nel XX secolo, non si può non menzionare Matilde Serao, figura italiana che anticipò alcune delle sfide e delle prospettive delle giornaliste di guerra di oggi. Serao non fu una corrispondente di guerra nel senso stretto, ma trattò temi legati alla guerra, in particolare durante la Prima guerra mondiale e nel contesto post-unitario italiano.

Con uno sguardo umano e civile, denunciò le disuguaglianze sociali acuite dal conflitto, raccontando i drammi delle donne rimaste sole, dei feriti e degli orfani. Nei suoi articoli su Il Mattino e Il Giorno, denunciò la retorica patriottica, mostrandone i costi reali e quotidiani: fame, lutti, dolore. La sua voce fu tra le prime a restituire dignità alle vittime civili, alle donne, ai poveri, anticipando così un tema centrale nel giornalismo di guerra femminile.

Clare Hollingworth: lo scoop invisibile della Seconda guerra mondiale

Clare Hollingworth (1911-2017) è spesso ricordata come la giornalista che per prima annunciò lo scoppio imminente della Seconda guerra mondiale. Lavorava da appena una settimana al Daily Telegraph quando il 29 agosto 1939 scoprì e riferì la concentrazione di carri armati tedeschi al confine con la Polonia, anticipando l’invasione nazista.

La sua storia è emblematica del doppio ostacolo che le donne incontravano: da un lato il pregiudizio di non essere credibili in ambienti dominati da uomini, dall’altro il fatto che spesso il suo nome non compariva neanche nei reportage, firmati “dal nostro corrispondente a Varsavia”, per paura che la firma femminile potesse ridurre la credibilità della notizia.

Durante tutta la guerra, Clare Hollingworth continuò a operare come inviata sul campo, spesso in condizioni estremamente difficili, affrontando anche la discriminazione di genere più esplicita nei teatri come il Cairo. La sua carriera dimostra quanto la presenza femminile non fosse solo possibile, ma essenziale, per cogliere aspetti di guerra altrimenti invisibili.

Il suo lavoro rappresenta un modello di giornalismo coraggioso e indipendente, che a costo di grandi sacrifici personali ha contribuito a cambiare la percezione e la narrazione dei conflitti.

Martha Gellhorn: la guerra raccontata dal cuore

Martha Gellhorn (1908-1998) è stata una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo, eppure per molto tempo è stata oscurata dal nome di suo marito, Ernest Hemingway. Con una carriera indipendente e coraggiosa, Gellhorn rivoluzionò il modo di raccontare la guerra, spostando il focus dai generali e dalle strategie ai civili, alle persone comuni, ai volti invisibili del conflitto.

Durante la Guerra civile spagnola, la sua capacità di raccontare la sofferenza umana e la complessità del conflitto si fece notare. Nel 1944, in un’impresa unica, si imbarcò clandestinamente su una nave ospedale per documentare il D-Day, diventando l’unica giornalista presente il giorno dello sbarco in Normandia.

Nei suoi reportage, Gellhorn descrisse gli orrori della liberazione del campo di concentramento di Dachau, riportando con realismo e pietà gli esperimenti nazisti sui prigionieri e la devastazione umana. I suoi scritti come “The Face of War” (1959) testimoniano la sua convinzione che la guerra sia soprattutto la somma di tragedie individuali, vissute da chi non ha scelto di combattere.

La sua prospettiva ha aperto la strada a un giornalismo di guerra più umano, intimo e autentico, che ancora oggi ispira giornaliste e giornalisti nel raccontare i conflitti.

Lee Miller: il fotogiornalismo al femminile tra arte e memoria storica

Lee Miller (1907–1977) è stata una figura rivoluzionaria nel campo del fotogiornalismo. Modella e fotografa surrealista, durante la Seconda guerra mondiale divenne corrispondente accreditata per Vogue, distinguendosi per un approccio profondamente umano e originale.

Tra i primi fotoreporter ad entrare nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald, Miller scattò immagini potenti e agghiaccianti, alcune delle prime fotografie a testimoniare l’orrore della Shoah. Sebbene le sue foto furono inizialmente scetticamente accolte e pubblicate solo anni dopo, hanno avuto un ruolo fondamentale nel processo di Norimberga e nell’elaborazione della memoria storica.

Un’immagine simbolo è quella in cui Miller è ritratta nella vasca da bagno privata di Adolf Hitler, nella sua residenza di Monaco, subito dopo la liberazione. Il gesto, insieme personale e politico, sottolinea il rapporto tra memoria, corpo e giustizia storica.

Solo recentemente la sua vita è stata portata sul grande schermo e il suo lavoro riconosciuto come un contributo pionieristico, che ha cambiato per sempre la fotografia di guerra e il racconto visivo del conflitto.

Un quadro internazionale: la Risoluzione ONU 1325 e il ruolo delle donne nei conflitti

Nel riconoscere l’importanza delle inviate di guerra, è essenziale inquadrare questo tema anche nel contesto internazionale più ampio. La Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel 2000, rappresenta una pietra miliare: per la prima volta viene riconosciuto ufficialmente il ruolo cruciale delle donne nei processi di pace e sicurezza.

La risoluzione sottolinea la necessità di garantire la partecipazione attiva delle donne nelle situazioni di conflitto, nel monitoraggio dei diritti umani, nella ricostruzione post-bellica. Questo riconoscimento ha aperto la strada a una maggiore attenzione al contributo femminile, non solo come vittime, ma come agenti di cambiamento e protagoniste di una pace duratura.

Nel campo del giornalismo di guerra, l’applicazione della 1325 significa valorizzare e sostenere la presenza femminile come narratrice e testimone degli eventi, affinché la narrazione non rimanga monodimensionale ma comprenda anche il punto di vista delle donne e delle comunità spesso marginalizzate.

Chi si occupa di studi di genere, empowerment femminile e narrazione della storia contemporanea, ha davanti una grande opportunità: quella di riportare alla luce e valorizzare il ruolo delle inviate di guerra, che con coraggio e passione hanno raccontato non solo la strategia militare ma soprattutto il lato umano della guerra, fatto di sofferenze, resilienza, speranza.

Il racconto delle donne che hanno attraversato i fronti di guerra deve essere parte integrante della memoria collettiva, perché attraverso di esso possiamo comprendere più a fondo le tragedie umane che si nascondono dietro i grandi eventi storici e promuovere una cultura di pace e sicurezza che includa realmente tutte le voci.

 

Author Bio: Azzurra Meringolo è inviata presso la redazione esteri del Giornale Radio Rai, dove si occupa soprattutto di questioni mediorientali. Ha coperto dal campo: le primavere arabe, la questione femminili in Arabia Saudita, i diversi capitoli del conflitto arabo israeliano, la guerra in Libano, la Libia, la caduta di Asad in Siria, la guerra in Ucraina. Dottore di ricerca in relazioni internazionali, è docente a contratto di Media Arabi all’Università Roma 3 e al Master di giornalismo di Bologna. In passato, ha collaborato con testate nazionali e internazionali e diretto la rivista Arab Media Report. È stata conduttrice di Radio 3 Mondo (Rai3). Nel 2012 ha vinto il premio giornalistico Ivan Bonfanti e la sua tesi di dottorato sull’antiamericanismo egiziano si è aggiudicata il premio Maria Grazia Cutuli. Nel 2013 si è aggiudicata il premio di scrittura Indro Montanelli con I ragazzi di piazza Tahrir e nel 2014 il premio Franco Cuomo International Award per la sezione saggistica. Nel 2025, il suo audio Documentario sulla uccione- a Gaza – di Hid Rajab- ha vinto il premio Luchetta e il il Global media Peace Award di Montreal. È autrice di tre podcast per Radio Rai. È fondatrice e membro del comitato scientifico di WIIS (Women in International security) Italy e parte del German Marshall Fund Leadership Council. Potete seguirla su X e IG a @ragazzitahrir