Laura Canali è una Gender-Based Violence (GBV) Technical Advisor per International Medical Corps – un’organizzazione di fama mondiale che opera in contesti di emergenza umanitaria tramite diversi programmi che si occupano anche di prevenire e rispondere alla violenza di genere come parte fondamentale della protezione umanitaria1. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, le difficoltà non mancano soprattutto per chi – come Laura – si occupa di quella parte della popolazione più a rischio. Seppur ce ne dimentichiamo spesso, c’è una grande fetta di mondo che ogni giorno lotta per la propria sopravvivenza. Non solo donne e ragazze, ma chiunque si trovi nel mezzo di un conflitto sarà infinitamente grato alle persone come Laura che ogni giorno alleviano parte delle loro sofferenze. Nel corso della mia intervista con lei, ho avuto l’onore di apprendere nel dettaglio qual è il ruolo di una donna in contesti di emergenze umanitarie, e in particolare nell’ambito della protezione umanitaria e lotta alla violenza di genere. In particolare, ho avuto l’opportunità di ricordare quali sono le condizioni in cui vivono milioni di donne e ragazze ogni giorno nel mondo circondate dall’insicurezza della guerra.

La passione di Laura per l’azione umanitaria è cominciata proprio a Milano, la sua città natale. Infatti, durante il corso di Laurea in Diritto Internazionale presso l’Università di Milano, ha deciso di attivarsi come volontaria presso la sede milanese dell’organizzazione non-governativa italiana, Emergency. Questa esperienza ha segnato l’inizio di una lunga carriera in ambito umanitario con diverse organizzazioni: dalle prime esperienze – in quanto volontaria – nel campo profughi palestinese in Libano, fino alle prime missioni come staff Tajikistan, Kenya e Sud Sudan. Lavorando inizialmente come amministratrice delle operazioni sul campo, Laura ha poi sviluppato un forte interesse per le violenze di genere – specialmente durante la missione in Nord Uganda dove ha lavorato per più di due anni. Ed è stato proprio in quegli anni che si è accorta delle terribili atrocità che affliggono continuamente le donne e le ragazze in quelle regioni del mondo affette dalla guerra. Questa consapevolezza l’ha spinta poi a continuare gli studi proprio nel campo dei diritti umani, conseguendo un Master in International Human Rights Law and Practice presso l’Università di York. Ne sono seguite due missioni in qualità di Gender-Based Violence Manager – in Liberia – e Gender-Based Violence Coordinator – in Sud Sudan. Da quel momento in poi, Laura ha intrapreso un percorso che continua tuttora nel campo nelle violenze di genere. Infatti, oggi lavora come GBV Technical Advisor per International Medical Corps a supporto di otto diverse missioni – principalmente in Medio Oriente e Nord Africa.

La definizione universale di ‘Gender-Based Violence’ è ancora oggetto di dibattiti tra le varie organizzazioni che operano attivamente in questa settore dell’assistenza umanitaria. Laura e International Medical Corps, così come altre organizzazioni, focalizzano i loro interventi sulla violenza commessa sulla base di una discriminazione di genere, concentrandosi principalmente su donne e ragazze. I loro programmi d’intervento, tuttavia, non coinvolgono solamente donne e ragazze, ma includono anche uomini e ragazzi – specialmente nelle attività svolte a scopo preventivo. Come ci spiega Laura, in situazioni di emergenza – come disastri ambientali o guerre – gli episodi di violenza di genere aumentano: i danni fisici e sociali causati dal disastro umanitario comportano una maggiore vulnerabilità nelle donne e ragazze; nonché crescenti opportunità per i perpetratori, un aumento dei rischi e delle difficoltà per le vittime nel chiedere e ottenere aiuto. In un Report di International Rescue Committee del 2014 sulla situazione di donne e ragazze rifugiate provenienti dalla Siria, una donna su tre riferiva di non sentirsi a proprio agio e sicura ad uscire di casa2. Questo implica che molte donne vivono una vita isolata ai margini della società. Inoltre, abbandonate le proprie case e trasferitesi in campi profughi, molte donne e ragazze sono costrette ad abitare in spazi angusti talvolta circondate da persone che non conoscono. Una delle conseguenze più frequenti è l’adozione di un ‘negative coping mechanism’ tramite il quale si tende a restringere ulteriormente la libertà delle donne e ragazze al fine ultimo di ‘proteggerle’ dai pericoli in cui potrebbero incorrere. Ad esempio, a molte adolescenti viene negato il diritto di frequentare la scuola per evitare che vengano molestate; a molte donne non viene permesso di lasciare la propria abitazione senza un accompagnatore; molte giovani ragazze vengono date in spose per far fronte alle ristrettezze economiche familiari o per consentire loro di godere dello status di ‘donna sposata’ – utile deterrente a possibili molestie o violenze sessuali. Naturalmente, questi negative coping mechanisms non garantiscono la protezione della donna o della ragazza, e allo stesso tempo le privano della libertà di ricevere un’educazione, di spostarsi liberamente, o di decidere in maniera autonoma con chi condividere il resto della propria vita. Inoltre, uno degli effetti più destabilizzanti è la crescente difficoltà nell’accedere ai servizi di base: in contesti di emergenza, innumerevoli sono le necessità da trattare e, tuttavia, il supporto alle donne e ragazze vittime di violenza spesso non rientra tra le ‘priorità immediate’ – nonostante sempre più organizzazioni sostengano il contrario.

La vita in un campo profughi implica infiniti pericoli alla sicurezza di chiunque ne faccia parte. Tuttavia, i crescenti casi riportati di violenze di genere ci dimostrano che le donne e ragazze sono le prime affette da tali rischi. In emergenza umanitaria, persino le attività basilari possono rappresentare un’opportunità per il perpetratore di commettere un abuso su una donna. Ad esempio, non sono pochi i campi in cui donne e uomini sono costretti a condividere i bagni e le docce con persone esterne al proprio nucleo familiare – di solito situati in aree in cui manca l’illuminazione. In queste condizioni, la maggior parte delle donne decide di non camminare per le strade dopo che il tramonto, neanche per andare al bagno, proprio per la paura di essere aggredita. Per di più, nel caso in cui una donna fosse vittima di violenza è veramente raro che decida di riportarlo alle autorità del campo. Infatti, molte di loro si trovano in paesi stranieri in cui alla fiducia negli agenti di sicurezza si aggiungono spesso barriere linguistiche e culturali. In più, la paura di essere stigmatizzate o colpevolizzate per ciò che si è subito è uno dei fattori che più inibisce le donne dal riportare la violenza. Tutti questi elementi diventano indispensabili spunti per disegnare e implementare un efficace programma di Gender-Based Violence. Per questo motivo, molte organizzazioni – tra cui International Medical Corps – istituiscono dei veri e propri ‘spazi sicuri’ (Women and Girls Safe Spaces) dedicati solamente a ragazze e donne così da garantire anche una qualche forma di privacy. Le attività sono varie e includono servizi di supporto individuale come il case-management – nel caso di donne e ragazze vittime di violenza di genere – e attività di gruppo come attività ricreative, supporto psicosociale, formazione, lezioni di computer, di lingua, empowerment economico, ecc. Inoltre, durante gli incontri, le operatrici del centro si assicurano di accrescere la consapevolezza delle ragazze e delle donne sui servizi disponibili per loro, sui vari rischi in cui potrebbero incorrere – matrimoni precoci, violenze domestiche – e come mitigarli, fornendo persino informazioni di salute riproduttiva. Tutte queste attività servono per rendere le donne e ragazze più consapevoli del loro potere decisionale in merito a delle questioni estremamente delicate per le loro vite, al contempo rompere l’isolamento inserendole in un network di supporto a cui poter fare riferimento in caso di necessità. Infatti, durante la nostra intervista, Laura ha sottolineato più volte come questi programmi siano un vero e proprio salvavita per numerosissime donne e ragazze.

In più, la pandemia da COVID-19 ha sicuramente avuto delle ulteriori conseguenze drammatiche per le donne che vivono in queste zone di conflitto. Come riportato in quasi ogni regione del mondo, le violenze di genere sono aumentate notevolmente dall’inizio della pandemia. Oltre a tutti i rischi derivanti dalle crescenti violenze domestiche, è diventato sempre più difficile poter accedere alle reti di supporto per le sopravvissute. In molti casi, in linea con la regolamentazione locale, International Medical Corps ha dovuto chiudere numerosi ‘spazi sicuri’ per donne e ragazze come misura preventiva contro il COVID-19. In altri casi, invece, tali spazi sono rimasti aperti solo per le emergenze. Ciò non di meno, molte organizzazioni umanitarie sono riuscite a condurre parte delle loro attività online – piuttosto che in persona – riuscendo a fornire un aiuto, seppur notevolmente ridotto, alle sopravvissute di GBV. Ad esempio, nei casi in cui non è stato possibile effettuare un appropriato case-management di persona, esso veniva condotto al telefono. Tuttavia, le difficoltà riscontrate a causa delle restrizioni per COVID-19 sono innumerevoli. Sicuramente, la convivenza coi perpetratori di tali violenze non ha aiutato le sopravvissute al fine di riportare gli abusi agli appositi centri di ascolto e supporto. Pertanto, gli operatori umanitari hanno optato per un’assistenza telefonica esclusivamente nei casi in cui la ragazza/donna comunicasse di trovarsi in un luogo in cui poter parlare privatamente e in maniera sicura. In altri casi, invece, si è persino riuscito a svolgere delle attività di gruppo usando delle piattaforme online. Grazie a queste iniziative, le ragazze/donne hanno avuto la possibilità di rimanere in contatto con la loro comunità di supporto, tramite cui riuscivano ad interagire con altre donne e ragazze e con numerosi operatori umanitari.

Ritrovarsi in zone tormentate dai conflitti, e fornire assistenza umanitaria in materia di Gender-Based Violence non è un compito affatto semplice. In particolare, essere donne, operatrici umanitarie in contesti di emergenza ha i suoi vantaggi ma anche numerosi svantaggi. Da un lato si ha l’opportunità di influire sui processi decisionali che hanno un impatto sulle vite di numerose donne e ragazze, le quali spesso non hanno la possibilità di farsi sentire. Dall’altro, si ha la responsabilità di dare una voce a quei bisogni che talvolta vengono dimenticati. Durante la nostra intervista, Laura mi ha raccontato di essere stata in grado di sopperire ad alcune delle debolezze riscontrate in vari programmi di intervento umanitario. Infatti, in numerose comunità – compresa quella degli operatori umanitari – vengono spesso ignorate molte delle difficoltà che le ragazze e le donne affrontano in situazioni di emergenza: a partire dai servizi sanitari, fino all’illuminazione delle strade, l’accesso alle informazioni e ai servizi, e la comunicazione con le autorità del posto. L’organizzazione dei programmi di intervento spesso riflette la mentalità prettamente maschile di chi è solito avere il comando dei processi decisionali all’interno di una comunità. Tuttavia, durante le crisi umanitarie, c’è l’urgente bisogno di ascoltare una pluralità di individui, al fine di rispettare le necessità basilari di tutti i gruppi – inclusi bambini, ragazze e donne. A tal proposito, Laura ci ricorda quanto sia fondamentale avere più donne in posizioni decisionali rilevanti, affinché i bisogni e le voci di donne e ragazze non vengano trascurate e/o dimenticate. Il mondo di oggi – affetto da una pandemia, conflitti e crisi umanitarie – richiede che più donne siano in alte posizioni direzionali anche nelle organizzazioni umanitarie, e siano più attivamente coinvolte nella politica internazionale. La parità di genere è un obiettivo che va raggiunto su ogni fronte – istituzionale, socioculturale, economico, ma soprattutto nella quotidianità di ognuno di noi. In una società che cerca di imporci una tradizionale mentalità patriarcale, l’azione di giovani donne e uomini è fondamentale al fine di garantire che tutte le voci siano ascoltate. Il mondo in cui viviamo oggi ha bisogno di più persone come Laura Canali – disposte a lottare affinché le violenze di genere vengano finalmente riconosciute come delle profonde piaghe nella nostra società, e vengano risanate del tutto.

Awareness session in WGSS: una sessione di sensibilizzazione e informazione sulla violenza domestica effettuata in un Women and Girls Safe Spaces.

Awareness Session: una sessione di sensibilizzazione e informazione effettuata a casa di una donna che ha messo a disposizione lo spazio per un gruppo ristretto di donne coi loro figli.

Dignity Kits Distribution in Iraq: Il programma di GBV distribuisce a donne e ragazze questi kits contenenti alcuni prodotti che spesso non vengono tenuti in considerazione durante le distribuzioni dei prodotti di prima necessità, i quali invece contribuiscono a salvaguardare la dignità e la sicurezza di donne e ragazze (shampoo, assorbenti, torce, fischietti, ecc.)

1 https://internationalmedicalcorps.org/program/womens-childrens-health/gender-based-violence-response-prevention/.

2 “Are We Listening? Acting on our Commitments to Women and Girls Affected by the Syrian Conflict”, International Rescue Committee, (2014), https://www.rescue.org/sites/default/files/document/1144/ircwomeninsyriareportweb.pdf.